Fotoshop online gratis em portugues facil

Date: 15.10.2018, 00:04 / Views: 63181

Закрыть ... [X]

Patologia Arteriosa

PATOLOGIE ARTERIOSE: TRATTAMENTO CHIRURGICO/ENDOVASCOLARE DEGLI ANEURISMI DELL'AORTA ADDOMINALE:

DEFINIZIONE: l’aneurisma è una dilatazione permanente di un tratto arterioso; normalmente si considera aneurismatico un segmento arterioso quando il suo diametro raggiunge il doppio di quello considerato normale. Tale patologia può interessare tutte le arterie dell’organismo ma più frequentemente il distretto aortico, iliaco, femoro-popliteo e, a livello viscerale, le arterie splenica, renale e mesenterica superiore ed il tripode celiaco. Più raramente sono interessati i distretti carotideo e succlavio o qualsiasi altra arteria.

Nel caso di interessamento dell’aorta, si parla di aneurisma quando la dilatazione ha dimensioni superiori al 50% del diametro normale (corrispondente nel maschio adulto di 60 anni, a circa 2 cm e nella donna di stessa età a dimensioni lievemente inferiori).

FREQUENZA: il più frequente aneurisma è quello aortico o aorto-iliaco sottorenale (85%); meno frequentemente l’aneurisma può interessare anche l’origine delle arterie renali. Ne è colpito il 3-6% della popolazione generale dai 65 ai 74 anni e più frequentemente il sesso maschile. La frequenza è aumentata, principalmente per il miglioramento delle tecniche diagnostiche e per l’allungamento della vita media dell’individuo.

CAUSE: la causa più frequente dell’aneurisma dell’aorta addominale è l’aterosclerosi anche se possono esservi altre cause tra cui pregressi traumi ed infezioni.

EVOLUZIONE NATURALE DELLA MALATTIA: l’evoluzione naturale dell’aneurisma è il progressivo aumento del suo diametro, con conseguente incremento del rischio di rottura. Maggiori sono le dimensioni dell’aneurisma e più rapida la sua crescita, più alto è il rischio di rottura. La rottura di un aneurisma del tratto aorto-iliaco o dei vasi viscerali è un’evenienza drammatica che comporta la morte del paziente in elevata percentuale dei casi, anche se operati in urgenza.

Nella maggior parte dei casi all’interno dell’aneurisma possono formarsi trombi che si possono staccare ed essere trascinati dalla corrente sanguigna, andando ad occludere i vasi più piccoli (embolia) oppure questi stessi trombi possono organizzarsi provocando con il tempo l’ostruzione completa dell’aneurisma (trombosi); tali eventi si verificano piuttosto raramente negli aneurismi dell’aorta.

Complicanze meno frequenti sono la fistolizzazione (loro apertura) in visceri dell’apparato digerente (ad esempio intestino) o in altri vasi venosi (ad esempio la vena cava); tali complicanze sono gravate da elevata mortalità.

DIAGNOSI: la diagnosi è nel 75% dei casi casuale (visita, indagini ecografiche o radiologiche), può avvenire mediante visita medica (rilievo di massa pulsante) o mediante indagini diagnostiche eseguite anche per altri motivi (ad esempio ecografia, radiografia, TAC).

INDICAZIONI AL TRATTAMENTO: non sempre l’aneurisma deve essere corretto chirurgicamente. Il trattamento chirurgico/endovascolare rappresenta la strategia più efficace in quanto la terapia medica non è per lo più in grado di prevenire o limitare l’evoluzione della malattia e le eventuali complicanze della patologia alle quali abbiamo fatto prima menzione.?Il trattamento nella maggior parte dei casi ha lo scopo di prevenire la rottura. Tale pratica deve essere rivolta a quegli aneurismi che presentano maggior rischio di rottura, trombosi, embolizzazione, pur essendo necessario fare un bilancio del rapporto rischio/beneficio, considerando l’età e la previsione di vita, lo stato e la funzionalità di tutti gli organi ed apparati, con particolare attenzione a quelli renale, cardiaco, cerebrale e respiratorio.

Inoltre, il trattamento è sempre indicato qualora l’aneurisma causa sintomi (dolore addominale e/o lombare, segni di compressione delle strutture circostanti, embolia e/o trombosi).?In presenza di aneurisma rotto o in fase di imminente rottura l’intervento urgente è a maggior ragione indicato in maniera assoluta seppur gravato da rischi molto più alti rispetto al trattamento in elezione. Pertanto, la decisione se correggere o meno un aneurisma e con quale metodica avviene dopo la valutazione dei caratteri dell’aneurisma stesso e dello stato di salute generale del paziente. In definitiva per giungere alla decisione dell’intervento è necessaria una valutazione multidisciplinare che coinvolge non solo il chirurgo ma anche altre figure professionali.

Se alla fine dell’iter diagnostico non si ritiene il paziente suscettibile di trattamento e/o in caso di rifiuto del trattamento chirurgico da parte del paziente, è raccomandata comunque una sorveglianza dell’aneurisma stesso, stando bene attenti alla comparsa di eventuali sintomi che possono essere indice della sua evoluzione e comunque mediante indagini quale quella ecografica da eseguirsi a scadenze definite dallo specialista.

Nel caso di AAA, attualmente l’indicazione al trattamento in elezione si pone per aneurismi di diametro superiore ai 5,5 cm. Tuttavia l’intervento è indicato anche per aneurismi di diametro minore in particolari situazioni: rapido accrescimento, aspetti morfologici indicanti un rischio incrementato di rottura. Inoltre, il trattamento è sempre indicato qualora determini sintomatologia (dolore addominale e/o lombare, segni di compressione delle strutture circostanti, embolia e/o trombosi). In presenza di aneurisma rotto o in fase di rottura l’intervento urgente è a maggior ragione indicato in maniera assoluta se pur con rischi molto più alti che se eseguito in elezione.

TIPOLOGIE DI TRATTAMENTI: attualmente le possibilità di trattamento dell’aneurisma dell’aorta addominale, per cui esista l’indicazione al trattamento, sono rappresentate da:

a) intervento chirurgico tradizionale: attraverso l’incisione chirurgica dell’addome, si procede alla sostituzione dell’aorta aneurismatica con una protesi sintetica. Tale metodica rappresenta l’approccio più classico utilizzato da decenni per il trattamento di tale patologia che dà buoni risultati e del quale si conoscono validità e limiti nel tempo; tale procedura è gravata da complicanze che possono portare a morte il paziente, la cui incidenza si è attualmente ridotta al di sotto del 5%, ma che aumenta proporzionalmente con l’aumentare dei fattori di rischio (età avanzata, compromissione degli apparati cardiaco, respiratorio, cerebrale, renale). A seguito dell’intervento, anche in assenza di complicanze, il malato frequentemente necessita per l’intervento di trasfusioni e di ricovero post-operatorio in terapia intensiva

COMPLICANZE DEL TRATTAMENTO CHIRURGICO TRADIZIONALE: l’intervento può comportare, anche se eseguito nel pieno rispetto e conoscenza delle strategie e tecniche chirurgiche più attuali e standardizzate, molteplici complicanze, distinguibili in precoci e tardive. Le principali delle quali sono, anche se non le uniche:

A) COMPLICANZE PRECOCI (INTRAOPERATORIE/POSTOPERATORIE IMMEDIATE) Emorragia durante l’intervento o subito dopo, che può essere più o meno grave, e che frequentemente comporta la necessità di emotrasfusione (con i rischi infettivi connessi) e di reintervento. Nei casi di emorragia grave immediata o nel precoce decorso post-operatoruio, le ripetute trasfusioni possono determinare danni polmonari e/o renali talora irreversibili. Improvvisi ed imprevedibili aritmie o arresti cardiocircolatori, talora tali da provocare la morte del paziente. Angina o infarto del miocardio che può essere anche mortale.?•?Complicanze gastrointestinali rappresentate da infarto intestinale che può rendere necessaria la resezione di un tratto più o meno esteso di intestino e/o la esecuzione di colostomia (ano artificiale) talvolta definitiva, da occlusione intestinale che può essere dovuta o a paralisi protratta dell’intestino o torsioni o briglie aderenziali che bloccano l’intestiono stesso. Le suddette complicanze in molti casi obbligano ad un intervento chirurgico.

Splenectomia (asportazione della milza) per il verificarsi di lesioni della milza.

Embolia o trombosi dell’albero arterioso periferico o della protesi. Tale complicanza può determinare quadri che vanno dalla ischemia intestinale alla ischemia di uno o entrambi gli arti inferiori; tali evenienze richiedono interventi aggiuntivi con lo scopo di ripristinare la circolazione agli organi colpiti o talora di asportare tali organi (resezione di tratti dell’intestino o amputazione di arto).

Deiscenze, sepsi e raccolte ematiche o linfatiche in sede di ferite chirurgiche che non sempre regrediscono con adeguato trattamento medico e/o chirurgico.?•?Insufficienza renale acuta (incidenza tra il 3 e il 12%) che può comportare la necessità di una dialisi transitoria o permanente.

ischemia cerebrale (ICTUS).

Complicanze respiratorie (atelettasia, polmonite, versamento pleurico) che possono richiedere tracheotomia e trattamenti medici intensivi.

Trombosi venosa profonda ed embolia polmonare.

Colecistite acuta o pancreatite acuta.

MOF, coè una grave e talvolta mortale insufficienza multiorgano (fegato, rene, polmone...).

Rarissimamente paralisi degli arti inferiori e degli sfinteri anche permanenti (paraparesi o paraplegia), per la presenza di arterie midollari con anomalie anatomiche di origine e decorso.

Altra complicanza non mortale ma non rara, che può incidere sulla qualità di vita, è rappresentata dai disturbi della funzione sessuale (eiaculazione retrograda, impotenza erettile). Tale disturbo può essere permanente.

B) COMPLICANZE TARDIVE (ANCHE A DISTANZA DI ANNI)

Laparocele (ernia sulla cicatrice chirurgica) che può necessitare di intervento chirurgico.

Trombosi protesica, ovvero l’occlusione della protesi con improvviso arresto del flusso sanguigno a valle che può avere luogo anche a distanza di tempo (anche anni) e per la quale può rendersi necessaria anche l’amputazione o la effettuazione di interventi di by-pass.

Infezione protesica: tale evento è raro ma particolarmente grave specie nel distretto aorto/iliaco; si può manifestare a distanza di anni e può essere legato a infezioni anche banali e contratte successivamente rispetto all’intervento chirurgico quali talune dell’apparato respiratorio, urinario, o del cavo orale. Tale evenienza frequentemente comporta un altro intervento chirurgico di sostituzione della

protesi con materiale sintetico analogo o con materiale biologico (tessuti autologhi od omologhi, vene o arterie). Talvolta possono formarsi delle fistole ovvero delle comunicazioni tra protesi e strutture circostanti (duodeno, vena cava ecc....) con gravi emorragie che necessitano di intervento chirurgico immediato o stati infettivi anche mortali.

Pseudoaneurismi: dilatazioni dell’aorta o di altre arterie sulle quali è stata suturata (cucita) la protesi o distacco della protesi dalle arterie su cui è stata suturata. In tali situazioni può essere necessaria la sostituzione di parte o tutta la protesi precedentemente impiantata con altro materiale sintetico analogo o, ad esempio, con tessuti autologhi (vene).

Durante l’intervento si potrebbe rendere necessario e non rinviabile il trattamento di altre patologie concomitanti il cui riscontro può verificarsi anche al momento dell’esecuzione dello stesso (ad esempio neoplasie del tratto gastrointestinale, urogenitale, calcolosi della colecisti, ernie, stenosi di arterie viscerali); inoltre durante l’intervento possono verificarsi situazioni che possono condurre a variazioni della tecnica operatoria proposta.

Si ribadisce che quanto esposto emerge dallo stato attuale dell’arte e pertanto possono verificarsi altri eventi attualmente non descritti.

DOPO L’INTERVENTOE’ fondamentale che il paziente esegua la terapia consigliata, che non è rappresentata solo dall’utilizzo dei farmaci prescritti ma anche da un adeguato stile di vita tenendo presente che, se si tratta di patologia aterosclerotica, questa interessa tutti i distretti vascolari (cuore, cervello, reni, arti) ed ha alta potenzialità evolutiva, per cui necessita di controlli periodici.- È opportuno che il paziente esegua nel tempo periodici controlli dell’intervento, secondo modalità e frequenza indicata dallo specialista.- Il paziente può condurre una vita normale sia lavorativa, sia di relazioni sociali che di attività fisica compatibilmente con l’età e le eventuali malattie associate.

b) trattamento endovascolare: avviene attraverso il posizionamento, sotto controllo di apparecchiature radiologiche, di una endoprotesi all’interno dell’aorta che viene introdotta attraverso le arterie femorali o le arterie iliache, mediante piccoli tagli all’inguine o sulla parte bassa dell’addome. Raramente a seguito dell’intervento possono essere necessarie trasfusioni e/o ricovero in terapia intensiva.

Il trattamento endovascolare è sicuramente meno traumatizzante per il paziente della chirurgia tradizionale e risulta vantaggioso, in quanto riduce la severità dell’intervento chirurgico ed i rischi connessi con l’apertura dell’addome e favorisce una più rapida degenza. ma non può essere sempre eseguito perché richiede alcune caratteristiche di forma dell’aneurisma e dei vasi vicini sui cui la protesi deve essere ancorata o fissata e dei vasi utilizzati per introdurre la protesi.

Tale trattamento è gravato da una mortalità inferiore a quella del trattamento in chirurgia aperta, anche se questa non è stata ancora esattamente quantificata, ma aumenta proporzionalmente con l’aumentare dei fattori di rischio (età avanzata, compromissione degli apparati cardiaco, respiratorio, cerebrale, renale).

Essendo un trattamento di più recente utilizzo, non si conoscono con certezza le sue complicanze oltre i cinque anni dall’intervento, pur non significando ciò necessariamente una evoluzione sfavorevole.

COMPLICANZE DEL TRATTAMENTO ENDOVASCOLARE: l’intervento può comportare, anche se eseguito nel pieno rispetto e conoscenza delle strategie e tecniche chirurgiche più attuali e standardizzate, molteplici complicanze, distinguibili in precoci e tardive. Le principali delle quali sono, anche se non le uniche:

A) COMPLICANZE PRECOCI (DURANTE O SUBITO DOPO LA PROCEDURA)- impossibilità di completare la procedura per vari motivi: a) impossibilità di procedere con lo strumento che introduce la protesi fino alla zona ove la stessa deve essere posizionata (per calcificazioni o tortuosità delle arterie di accesso, rottura delle arterie di accesso o della stessa aorta, ecc.); b) dislocazione della protesi che si trova ad essere posizionata in posizione diversa da quella necessaria (protesi dislocata all’interno dell sacca aneurismatica o che occlude importanti arterie, etc.); c) distacco di trombi con eventuali embolie. In tutti questi casi, ove non sia possibile procedere alla correzione di tali complicanze con metodiche endoluminali si deve procedere alla immediata effettuazione dell’intervento chirurgico tradizionale ed alla riparazione delle conseguenti complicazioni; - non completo contatto dell’endoprotesi nei tratti di arteria sana sui quali l’endoprotesi è fissata con conseguente passaggio di sangue nella sacca aneurismatica che tenderà nel tempo ad ingrossarsi (endoleak); tale evenienza può essere corretta immediatamente o può rendere necessaria l’osservazione nel tempo.?- rifornimento della sacca aneurismatica da parte di alcune arterie che originano dalla stessa e che comunque il più delle volte tendono a chiudersi con il tempo.?- tossicità o reazioni allergiche impreviste al mezzo di contrasto utilizzato per la procedura endoluminale, che possono determinare conseguenti danni alla funzione del rene o reazioni allergiche di varia gravità fino al rarissimo schock anafilattico che può comportare la morte;?- rarissimamente sono stati descritti episodi di paralisi degli arti inferiori e degli sfinteri anale e vescicale (paraparesi o paraplegia), che possono essere transitori o permanenti, la cui causa non è ancora dimostrata (possibile occlusione delle arterie lombari o delle arterie ipogastriche);- di uguale eccezionale rarità il verificarsi di una dissecazione dell’aorta, compreso il tratto toracico fino al cuore, con grave pericolo di vita.

B) COMPLICANZE TARDIVE (ANCHE A DISTANZA DALLA PROCEDURA)

ingresso di sangue nella sacca aneurismatica originato dalla apertura di arterie che originano dall’aneurisma e che non sono state occluse dalla trombosi che si verifica nella sacca aneurismatica dopo il posizionamento dell’endoprotesi;?- dislocazione della protesi dalla sua originaria posizione, con conseguente ingresso del sangue nell’aneurisma in modo massivo con possibile rottura dell’aneurima e/o occlusione di arterie importanti;

- incremento delle dimensioni dell’aneurisma fino alla possibile rottura pur non essendo presenti rifornimenti ematici della sacca aneurismatica.?- perforazioni o danneggiamenti dei componenti della protesi con conseguente ingresso del sangue nella sacca dell’aneurisma e quindi conseguente rischio di rottura;

- occlusione di un tratto di protesi per angolatura con deficit di irrorazione a carico di un arto inferiore.- raramente infezioni che possono coinvolgere arterie di cui si è resa necessaria la riparazione per complicanze insorte durante la procedura iniziale.

- rarissimi casi di infezione sono stati descritti o a livello dell’inguine o a livello della stessa endoprotesi.

DOPO L’INTERVENTO - E’ indispensabile, al fine di prevenire tali complicanze, che il paziente si sottoponga a periodici controlli clinici, ecografici e radiologici decisi dallo specialista. In tal modo dai dati della letteratura è desumibile che il rischio di rottura è inferiore all’1% all’anno e nella maggior parte dei casi tali complicanze possono essere prevenute con trattamenti poco invasivi o in casi rari, con conversione in chirurgia aperta.- E’ fondamentale che il paziente esegua la terapia consigliata, che non è rappresentata solo dall’utilizzo dei farmaci prescritti ma anche da un adeguato stile di vita tenendo presente che, se si tratta di patologia aterosclerotica, questa interessa tutti i distretti vascolari (cuore, cervello, reni, arti) con alta potenzialità evolutiva e pertanto necessita di controlli periodici. - Il paziente può condurre una vita normale sia lavorativa sia di relazioni sociali sia di attività fisica compatibilmente con l’età ed eventuali malattie associate.

PATOLOGIE ARTERIOSE: TRATTAMENTO CHIRURGICO DELLA MALATTIA CEREBRO-VASCOLARE:

DEFINIZIONE: la malattia cerebrovascolare è la seconda causa di morte cardiovascolare ed è una patologia che interessa le arterie deputate all’irrorazione del cervello, in particolare carotidi e vertebrali. Tali arterie vengono interessate più frequentemente dall’arteriosclerosi, ovvero la progressiva riduzione del calibro del vaso (stenosi) ad opera di placche (Fig.1). Tali lesioni possono progredire fino alla completa occlusione del vaso (trombosi) o frammentarsi dando origine a fenomeni embolici che possono determinare occlusione di vasi più piccoli. Da notare che fenomeni embolici possono anche provenire da altre sedi come per esempio dal cuore. In entrambi i casi il risultato è la riduzione o cessazione di flusso ematico in alcuni segmenti del cervello. Conseguenze di tali eventi variano a seconda dell’estensione e dell’importanza del tessuto cerebrale colpito. I quadri clinici possono essere diversi e il paziente potrà avere dei disturbi sensoriali (cecità improvvisa ad un occhio, formicolii e/o perdita della sensibilità ad un arto) o motori (deficit di forza ad un arto o di metà corpo, deviazione della rima buccale, impaccio con la parola, difficoltà a scrivere). L’aspetto che contraddistingue tali eventi è la brusca insorgenza, che spesso coglie il paziente in pieno benessere e il fatto che possono manifestarsi in modo transitorio o permanente.

TIA (attacco ischemico transitorio) ovvero un quadro di ischemia cerebrale reversibile. Da notare che tale manifestazione clinica non deve essere assolutamente sottovalutata poiché può essere solo un preludio di un evento ben più grave che è l’ictus.

ICTUS (colpo) tale evento si differenzia dal precedente per la sua irreversibilità.

E’ bene notare che oltre alla morte si deve considerare l’invalidità del paziente che ha pesanti conseguenze socio-economiche sul paziente stesso, la sua famiglia e la società.?Compito della terapia, sia essa medica o chirurgica, è quello di prevenire che tali eventi si verifichino (paziente asintomatico) o che non si manifestino di nuovo con conseguenze talora fatali (paziente sintomatico).

Il cardine della terapia medica si basa sul fatto che rendendo il sangue più fluido con vari presidi (antiaggreganti, anticoagulanti) si cerca di ridurre la probabilità che tali eventi si verifichino.?La terapia medica trova indicazione qualora la malattia cerebrovascolare colpisca i piccoli vasi cerebrali che non possono essere trattati con la chirurgia oppure per stenosi carotidee e/o vertebrali non importanti.

La chirurgia interviene quando le stenosi delle arterie extracraniche (carotidi e/o vertebrali) sono maggiori del 60-70%; in caso di placche “a rischio”(molli, a bassa componente calcifica e fibrosa) che, per loro conformazione più friabile, sono a rischio di provocare fenomeni embolici o trombotici oppure, in urgenza e in casi selezionati, quando si manifestano eventi acuti al fine di limitare l’estensione dell’evento neurologico.

Inoltre, occorre fare un bilancio del rapporto rischio/beneficio considerando l’età e la spettanza di vita, lo stato e funzionalità di tutti gli organi ed apparati, con particolare attenzione a quelli renale, cardiaco, cerebrale e respiratorio.?Pertanto la decisione se correggere o meno una stenosi delle arterie extracraniche avviene dopo la valutazione dei caratteri della lesione stessa e mediante tutte le indagini necessarie a scoprire o comunque meglio valutare lo stato di salute generale del paziente. Ciò coinvolge non solo il chirurgo ma anche altre figure professionali.

Indagini invasive come l’angiografia, talora utili nello studio della malattia carotidea, possono presentare complicanze anche gravi sia in relazione alla procedura che all’utilizzo del mezzo di contrasto (vedi consenso per procedure invasive).?Se alla fine dell’iter diagnostico non si ritiene il paziente suscettibile di trattamento è raccomandata comunque una sorveglianza della stenosi stessa, stando bene attenti ad eventuali sintomi che possono

essere l’avviso dell’evoluzione della malattia e comunque mediante indagini quali quella ecocolordoppler da eseguirsi a scadenze definite dallo specialista. Pertanto, qualora esista l’indicazione al trattamento chirurgico/endovascolare, si può procedere con metodiche diverse per il trattamento.

1. INTERVENTO CHIRURGICO

La strategia chirurgica consisterà nel ripulire il tratto/i di arteria malati (i,ii) (tromboendoarterectomia o TEA) e utilizzare, talvolta, dei dispositivi (patch) sintetici o naturali (vena) che hanno la funzione di allargare il lume dell’arteria (patch) (Fig.3); sostituire (innesto) o di by-passare tratti di arteria malati con protesi sintetica. Tali dispositivi sintetici sono compatibili con i tessuti umani, il cui impianto potrà comunque comportare complicanze immediate e/o a distanza tra cui le più probabili sono la trombosi, l’infezione e/o dilatazione, eventi che comporterebbero l’ulteriore sostituzione della protesi con altro materiale sintetico analogo o, ad esempio, con tessuti autologhi (vene)

2.TRATTAMENTO ENDOVASCOLARE

La strategia endovascolare prevede il rilascio mediante accesso percutaneo nella zona malata di un dispositivo (stent) che serve a mantenerla aperta.

La metodica endovascolare è più recente, sicuramente meno traumatizzante per il paziente ma presenta limiti di fattibilità (tipologia della placca) ed inoltre non sappiamo negli anni quale potrà essere l’evoluzione, il che non significa necessariamente evoluzione sfavorevole.?Per tali motivi questa metodica attualmente non è indicata in tutti i pazienti affetti da stenosi carotidea, ma solo in casi selezionati e nei pazienti cosiddetti “a rischio”. Le linee guida nazionali ed internazionali al momento non raccomandano tale metodica se non in presenza di restenosi (cioè ricomparsa della malattia dopo un precedente intervento) o di condizioni anatomiche che rendono l’intervento chirurgico tradizionale di difficile esecuzione, per esempio, pazienti sottoposti a radioterapia nella regione del collo per pregresse patologie tumorali.

La metodica endovascolare inoltre non mette al riparo dalla ricomparsa della malattia ed anzi sembra essere associata ad un maggior rischio di recidiva.?In associazione a tale metodica (Figg. 4 e 5) si usa utilizzare oggi anche dei sistemi di protezione cerebrale per ridurre il rischio di embolia cerebrale e qundi di ictus intra e post-procedurale.

Sono in corso degli studi a livello nazionale ed internazionale che nei prossimi anni ci preciseranno meglio le indicazioni ed i risultati della metodica endovascolare

L’intervento chirurgico rappresenta l’approccio più classico utilizzato da decenni per il trattamento di tale patologia che dà buoni risultati e del quale conosciamo validità e limiti nel tempo. Esso può comportare, anche se eseguito nel pieno rispetto e conoscenza delle strategie e tecniche chirurgiche/endovascolari più attuali e standardizzate, molteplici complicanze, distinguibili in immediate e tardive. Le principali delle quali sono, anche se non uniche:

COMPLICANZE INTRAOPERATORIE/POSTOPERATORIE IMMEDIATE

Morte, la cui incidenza si è attualmente ridotta al di sotto dello 0,5%, ma che aumenta proporzionalmente con l’aumentare dei fattori di rischio (età avanzata, compromissione degli apparati cardiaco, respiratorio, cerebrale, renale).

Complicanze neurologiche: ovvero deficit motori (perdita di motilità del/degli arti controlaterali alla carotide trattata) o sensoriali (ad esempio l’incapacità a capire, parlare o leggere, disturbi oculari sino alla cecità). Tali complicanze possono essere reversibili o permanenti.

Sindrome da rivascolarizzazione, comprendente: crisi ipertensive, cefalea, nausea, vomito, fino alla insorgenza di crisi epilettiche generalizzate.

Lesione nervi cranici, che può provocare disfonia e afonia (difficoltà a parlare e abbassamento del tono della voce), difficoltà alla deglutizione, raucedine, deviazione della lingua verso il lato operato, deviazione della rima buccale verso il basso, interessamento del n. accessorio con conseguente limitazione funzionale della spalla omolaterale. Tali complicanze possono essere reversibili o permanenti.

Occlusione acuta del vaso sottoposto a TEA, tale evento può non dare sintomi oppure causare quelle complicanze neurologiche ricordate sopra spesso permanenti.

Emorragia cerebrale, evento che può presentarsi anche alla distanza di ore o giorni dall’intervento.

Deiscenze, sepsi e raccolte ematiche o linfatiche in sede di ferite chirurgiche che non sempre regrediscono con adeguato trattamento conservativo e/o chirurgico; anestesia in sede di cicatrice chirurgica.

Complicanze respiratorie (atelettasia, polmonite, versamento pleurico, embolia polmonare).

Complicanze cardiache, dall’insufficienza reversibile all’infarto mortale.

Sanguinamento postoperatorio richiedente revisione chirurgica per compressione sulle strutture vicine (trachea, nn.cranici, carotide etc.).

Necessità di posizionamento di stent carotideo perioperatorio per la presenza di flap o per particolarità tecniche (end point della placca non controllabile). Reazioni avverse al mezzo di contrasto, utilizzato per il controllo angiografico intraoperatorio, fino allo shock anafilattico. COMPLICANZE TARDIVE (ANCHE A DISTANZA DI ANNI)

Restenosi, fino alla completa occlusione, del vaso sottoposto a TEA. Tale evento può verificarsi precocemente o a distanza di anni (remalattia). Tale condizione può richiedere un reintervento nel caso in cui il restringimento dell’arteria superi l’80% o determini una sintomatologia neurologica.

Infezione protesica: tale evento si può manifestare a distanza di anni e può essere legato a infezioni anche banali contratte successivamente rispetto all’intervento chirurgico, per esempio dell’apparato respiratorio, urinario, o del cavo orale. Tale complicanza comporta l’ulteriore sostituzione della protesi con altro materiale sintetico analogo o, ad esempio, con tessuti autologhi (vene). Talvolta possono manifestarsi delle fistole ovvero comunicazioni tra protesi e cute, quadri normalmente legati ad infezione.

Pseudoaneurismi: ovvero dilatazioni della parete a livello delle anastomosi vascolari con le possibili complicanze. ?Inoltre, condizioni verificabili intraoperatoriamente possono condurre a variazioni della tecnica operatoria proposta.?Si ribadisce che quanto esposto emerge dallo stato dell’arte attuale e pertanto possono verificarsi altri eventi non descritti.

PERCHE’ SOTTOPORSI AD INTERVENTO CHIRURGICO: Da quanto detto fino ad ora è evidente che il trattamento chirurgico/endovascolare rappresenta la strategia più efficace qualora la terapia medica non sia più in grado di prevenire o limitare l’evoluzione della malattia e le eventuali complicanze della patologia alle quali abbiamo fatto prima menzione.?In particolare per la malattia cerebrovascolare l’intervento è indicato anche se il paziente non ha sintomi quando si riscontra una stenosi delle arterie extracraniche (carotidi e/o vertebrali) maggiori del 60-70%; in caso di placche “a rischio” (molli, a bassa componente calcifica e fibrosa) che, per la loro conformazione più friabile, possono causare fenomeni embolici o trombotici. Infatti, i dati in letteratura sono ormai concordi nel ritenere che tutti quei presidi farmacologici oggigiorno a nostra disposizione, capaci di rendere più fluido il sangue, siano meno efficaci nel ”proteggere” il paziente da eventi neurologici rispetto al trattamento chirurgico/endovascolare. ?Inoltre, nel paziente colpito da un evento neurologico acuto il trattamento in urgenza chirurgico- endovascolare della stenosi carotidea è indicato in casi selezionati con lo scopo di limitare l’estensione dei danni. ? Superato l’intervento il paziente può condurre una vita normale sia lavorativa sia di relazioni sociali sia di attività fisica compatibilmente con l’età ed eventuali malattie associate.

PATOLOGIE ARTERIOSE: INTERVENTO CHIRURGICO, ENDOVASCOLARE E/O IBRIDO PER PATOLOGIA DELL'AORTA TORACICA DISCENDENTE E/O DELL'ARCO AORTICO:

(TAA Protocollo SICVE)

A livello dell’aorta toracica vi sono alcune malattie che possono mettere a repentaglio la vita.

Aneurisma dell’aorta toracica

L’aneurisma viene definito come una dilatazione dell’aorta toracica tale da avere un diametro uguale o superiore a 4 cm. ovvero pari a 2 volte il diametro normale. Tale dilatazione può essere favorita da debolezza e minor elasticità dovuta alla degenerazione della struttura della parete aortica. Esistono diversi tipi di aneurismi in base a localizzazione, forma (fusiformi o sacculari) e dimensione (in base al diametro). Gli aneurismi toracici si possono verificare in presenza di varie condizioni fisiopatologiche favorenti: la sindrome di Marfan e la sindrome di Ehlers–Danlos; altre malattie del tessuto connettivo; l’aterosclerosi; diverse patologie infiammatorie o infettive; l’ipertensione arteriosa; il fumo; i traumi; l’aorta bicuspide; l’uso di cocaina. E’ dato acquisito che tutti gli aneurismi toracici, di qualunque eziologia e natura tendano inevitabilmente alla rottura. La sopravvivenza a 5 anni di pazienti portatori di un aneurisma con diametro maggiore di 6 cm. è inferiore al 10% e l’incidenza di rottura è del 43%, mentre in pazienti con aneurismi di diametro inferiore a 6 cm. la sopravvivenza è del 20% con una incidenza di rottura pari al 50%. Come si evince da questi dati quindi le dimensioni sono certamente il principale indice da considerare per quanto concerne la storia naturale di un aneurisma. Esistono tuttavia altri parametri che possono spiegare come mai, seppur in percentuali minori, anche aneurismi con diametri inferiori si rompano: lo spessore della parete e le apposizioni trombotiche endoluminali.

Dissecazione dell’aorta toracica

La dissecazione è dovuta alla lacerazione dell’intima della parete aortica, con conseguente infiltrazione del sangue nella tonaca media. Il tessuto aortico può comunque lacerarsi anche se l’aorta non è precedentemente dilatata. Possiamo distinguere una dissezione di tipo A, che coinvolge l’aorta ascendente, più grave e che spesso necessita un trattamento chirurgico in emergenza; e una dissezione di tipo B che non coinvolge l’aorta ascendente ma solo il tratto discendente, forma che solitamente viene stabilizzata mediante trattamento medico e che solo se complicata può richiedere un intervento chirurgico. Le stesse condizioni che predispongono alla dilatazione aortica rappresentano fattori di rischio per la dissecazione dell’aorta toracica, sia per il tipo A che per il tipo B.

Trauma dell’aorta toracica

Una brusca decelerazione di una persona in movimento può determinare un gradiente di velocità a livello della giunzione dell’arco aortico e dell’aorta toracica discendente; è pertanto possibile la lesione dell’intima, in tal modo l’integrità della parete aortica è mantenuta solo dagli strati più esterni. Di solito è più frequente nelle cadute da edifici, alberi o altro oppure negli incidenti stradali gravi. In quest’ultimo caso il traumatismo dell’aorta toracica deve essere sempre escluso nella diagnostica, attraverso TC torace e/o ecografia transesofagea, e se presente il paziente dovrà essere sottoposto a intervento chirurgico in emergenza.

Sono stato informato che la conseguenza finale di queste patologie dell’aorta toracica è la rottura nel torace e che ciò causa una emorragia che si rivela quasi sempre fatale, che non è possibile prevedere quando questo evento si realizza ma che tale rottura può verificarsi nell’arco dei prossimi due anni con una probabilità del 50% ed oltre e che il trattamento per prevenire questa evenienza può essere chirurgico od endovascolare.

Trattamento chirurgico

Questo trattamento si effettua mediante una incisione chirurgica che inizia nel torace, al di sotto della scapola sinistra e prosegue lungo l’arcata costale e può estendersi in misura minore o maggiore nell’addome. Questo tipo di chirurgia aortica rappresenta uno degli interventi cardiovascolari più estesi.?Ciò è necessario per poter accedere a tutte le arterie principali che si dipartono dall’aorta e che irrorano i più importanti organi del corpo. In alcuni casi viene utilizzata una biopompa in circolazione extracorporea per mantenere il flusso del sangue agli arti ed ai visceri.

Le complicazioni che si associano a questo intervento includono, emorragie, l’infarto cardiaco, l’ictus (paralisi temporanea o permanente), la sofferenza multiorgano che include un danno polmonare, l’insufficienza renale, l’insufficienza cardiaca, l’insufficienza epatica e dolore cronico dalla cicatrice chirurgica.

E’ possibile si realizzi una alterazione circolatoria agli arti inferiori con la perdita di una o di tutte e due le gambe. La corda vocale sinistra può, nel 5% dei casi, rimanere paralizzata, ma questo evento può essere risolto con un buon recupero della voce. Nell’8% dei casi può realizzarsi una paralisi degli arti inferiori che può regredire parzialmente o completamente in alcuni mesi, ma può anche essere irreversibile e costringere all’utilizzo della sedia a rotelle per tutta la vita. Questo può essere accompagnato da difficoltà alla minzione sino all’utilizzo di un catetere vescicale a permanenza. Nel 5% dei casi può insorgere una insufficienza renale che può portare al trattamento dialitico temporaneo o permanente.

Se queste complicanze non si realizzano, il periodo di ospedalizzazione si aggira intorno ai 14 giorni, in caso di complicanze la degenza può durare anche mesi.?Infine può verificarsi, come complicanza, l’infezione della ferita chirurgica o della regione interessata dall’intervento con coinvolgimento polmonare, renale o di altri organi.

Nel corso dell’intervento possono essere necessarie trasfusioni di sangue che possono essere complicate da reazione allergica e da infezioni virali da cytomegalovirus, epatite o AIDS. Fortunatamente queste evenienze sono estremamente rare.

Una volta superato il rischio immediato di complicanze, è stimato che la percentuale di sopravvivenza di questo intervento di aggiri intorno all’80-90%.

Trattamento endovascolare

In alternativa alla terapia chirurgica può essere attuato un trattamento endovascolare.?Tale procedura è gravata da minori complicanze immediate, ma non può essere eseguita in tutti i casi.

Dipende infatti dall’estensione della patologia che coinvolge l’aorta toracica e dalle zone interessate. Le indicazioni al trattamento possono essere aumentate con degli interventi aggiuntivi di trasposizione delle arterie che partono dall’aorta, tale tipologia di interventi vendono definiti e chiamati IBRIDI.

Il trattamento consiste nell’introduzione di una endoprotesi attraverso una preparazione chirurgica dell’arteria femorale o in alcuni casi dell’arteria iliaca. E’ richiesto quindi sempre un taglio chirurgico all’inguine o più esteso all’addome.

Il trattamento comporta una notevole esposizione a radiazioni e l’uso di mezzo di contrasto che può essere dannoso per la funzionalità dei reni. Le complicanze immediate possono essere le stesse descritte per la chirurgica, ma risultano nettamente ridotte in frequenza, anche se la mortalità non è differente tra le due metodiche. La degenza in ospedale può essere ridotta ed il ritorno alle normali attività quotidiane più rapido. E’ inoltre necessario sottoporsi periodicamente a controlli dopo la procedura con TC o RMN perché possono verificarsi a distanza alcuni difetti nella protesi introdotta o la stessa si può mobilizzare rispetto alla originaria collocazione e non essere quindi più efficace nel controllo della malattia.

Trattamento Ibrido

Nel caso in cui l’aneurisma riguardi e/o coinvolga l’ARCO AORTICO la procedura endovascolare sopra descritta può coincidere per gli aspetti tecnico procedurali, ma differisce o può differire nella fase chirurgica, quasi certamente necessaria e preparativa alla introduzione dell’endoprotesi, che viene condotta con tecnica aperta. Quest’ultima consiste, con differenti varianti declincate dalla peculiarità di ogni singolo specifico caso clinico riguardante il grado di coinvolgimento dell’arco (zona 4.3.2.1.0. come da foto in cartouce), nella creazione di un bypass singolo, biforcato o triforcato tra la porzione sana dell’aorta ascendente, ed i tronchi sopra aortici. Tale procedura viene condotta previa sternotomia mediana completa o parziale. La fase chirurgica della procedura può essere o meno accompagnata da un ulteriore bypass carotido-succlavio sx.

PROVA

TRATTAMENTO CHIRIRGICO-ENDOVASCOLARE DELLE ARTERIOPATIE AORTO-ILIACO-FEMORALI:

DEFINIZIONE: L’arteriopatia obliterante è caratterizzata dal progressivo restringimento delle arterie fino all’ostruzione completa delle stesse. I distretti maggiormente interessati sono: il distretto aorto-iliaco; femoro-popliteo e carotideo.

FREQUENZA: ne è colpito circa il 20% della popolazione generale dai 65 ai 74 anni ed è più frequentemente colpito il sesso maschile.

CAUSE: la causa più frequente è rappresentata dall’aterosclerosi.

CLINICA ED EVOLUZIONE NATURALE DELLA MALATTIA: Negli stadi iniziali la malattia limita la deambulazione, causando durante la marcia dolori crampiformi, a sede diversa a seconda del tratto arterioso interessato. Successivamente, se la malattia progredisce, i dolori compaiono a riposo (specie la notte) fino alla comparsa di lesioni trofiche (che vanno dalle piccole lesioni digitali fino a quadri di gangrena), quindi può progredire fino a comportare la perdita di funzionalità dell’arto/i interessato/i dalla malattia.

L’evoluzione della malattia con il supporto della terapia medica e comportamentale del paziente può essere arrestata agli stadi precoci, addirittura la sintomatologia dolorosa durante la deambulazione (claudicatio) può migliorare non solo con l’ausilio dei suddetti presidi, ma anche e soprattutto con l’intensa e quotidiana deambulazione.

Talvolta, nonostante tutti questi accorgimenti l’evoluzione della malattia può essere bruscamente accelerata da fenomeni acuti intercorrenti, quali la trombosi (occlusione) dell’arteria malata (aorta, vasi iliaci e vasi femorali) o l’embolia (coaguli che si possono distaccare da placche irregolari o da aneurismi periferici e/o dell’aorta che occludono vasi più piccoli). In entrambi i casi il brusco arresto di flusso sanguigno a valle dell’ostruzione impone un intervento d’urgenza chirurgico/medico (con farmaci che sciolgono il trombo/embolo) al fine di tentare di salvare l’arto/i colpito/i.

DIAGNOSI: la diagnosi si basa sulla sintomatologia caratterizzata dalla difficoltà a deambulare manifestandosi dolore tipicamente crampiforme a carico di uno o entrambi gli arti inferiori durante la marcia e mediante indagini diagnostiche quali: doppler CW; eco color doppler, angiografia.

INDICAZIONI AL TRATTAMENTO: Le strategie terapeutiche che si possono effettuare variano a seconda della clinica del paziente (sintomatologia, età, stato e funzionalità di tutti gli organi ed apparati, con particolare attenzione a quelli renale, cardiaco, cerebrale e respiratorio) e del distretto/i arterioso/i ammalati.

Pertanto la decisione se trattare o meno una arteriopatia ostruttiva aorto-iliaco-femorale avviene dopo la valutazione delle caratteristiche dell’arteriopatia stessa e mediante tutte le indagini necessarie a valutare lo stato di salute generale del paziente. Ciò coinvolge non solo il chirurgo ma anche altre figure professionali. Se alla fine dell’iter diagnostico non si ritiene il paziente suscettibile di trattamento è raccomandata comunque una sorveglianza dell’arteriopatia stessa, stando bene attenti ad eventuali sintomi che possono essere l’avviso dell’evoluzione della malattia. Importante inoltre indagini, quali l’eco color doppler, da eseguirsi a scadenze definite dallo specialista.

TIPOLOGIE DI TRATTAMENTI: Attualmente le possibilità di trattamento dell’arteriopatia degli arti inferiori (oltre alla terapia medica da sola o in associazione alle strategie di seguito descritte) sono rappresentate da:

1. INTERVENTO CHIRURGICO TRADIZIONALE: la strategia chirurgica consisterà, attraverso l’incisione chirurgica della cute in regioni anatomiche diverse a seconda della localizzazione dell’arteriopatia, nel ripulire il/i tratto/i di arteria malati (tromboendoarterectomia) o di sostituire o by-passare tratti di arteria malati con protesi sintetica, compatibile con i tessuti umani, il cui impianto potrà comunque comportare complicanze immediate e/o a distanza tra cui le più probabili sono l’infezione e/o dilatazione, eventi che comporterebbero l’ulteriore sostituzione della protesi con altro materiale sintetico analogo o, ad esempio, con tessuti autologhi (vene).

COMPLICANZE DEL TRATTAMENTO CHIRURGICO TRADIZIONALE

L’intervento può comportare, anche se eseguito nel pieno rispetto e conoscenza delle strategie e tecniche chirurgiche/endovascolari più attuali e standardizzate, molteplici complicanze, distinguibili in precoci e tardive. Le principali delle quali sono, anche se non uniche:

COMPLICANZE INTRAOPERATORIE/POSTOPERATORIE IMMEDIATE

Morte, la cui incidenza si è attualmente ridotta al di sotto del 5%, ma che aumenta proporzionalmente con l’aumentare dei fattori di rischio (età avanzata, compromissione degli apparati cardiaco, respiratorio, cerebrale, renale).

Emorragia perioperatoria, circostanza che può essere più o meno grave, comportando talvolta la necessità di emotrasfusione con i rischi infettivi connessi o di reintervento.

Shock da declampaggio aortico, talora spiccato tale da provocare la morte del paziente.

Paraplegia (paralisi degli arti inferiori), per la presenza di arterie midollari con anomalie anatomiche di origine e decorso.

Complicanze gastrointestinali rappresentate dall’ileo (blocco intestinale) ?ostruttivo/dinamico, colite ischemica per la quale può rendersi necessaria una colostomia talvolta definitiva e la pancreatite. Suddette complicanze possono essere suscettibili di terapia medica o chirurgica.

Splenectomia di necessità per lesione accidentale della milza.

Embolia o trombosi dell’albero arterioso periferico o della protesi. Tale complicanza può ?determinare nella chirurgia addominale quadri che vanno dall’ischemia viscerale all’ischemia di uno o entrambi gli arti inferiori. Tali evenienze richiedono interventi aggiuntivi finalizzati al tentativo di ripristinare la circolazione nei distretti ischemici.

Disturbi della funzione sessuale (eiaculazione retrograda, impotenza erettile). Tale disturbo può essere permanente.

Deiscenze, sepsi e raccolte ematiche o linfatiche in sede di ferite chirurgiche che non sempre regrediscono con adeguato trattamento conservativo e/o chirurgico.

Insufficienza renale acuta (incidenza intorno al 1-2%) che può comportare la necessità di una dialisi transitoria o permanente.

Complicanze respiratorie (atelettasia, polmonite, versamento pleurico) che possono richiedere una tracheostomia.

Improvvisi ed imprevedibili aritmie o arresti cardiocircolatori talora tali da provocare la morte del paziente. Angina o infarto miocardico che possono essere anche mortali.

Emorragia cerebrale o in altra sede in corso di infusione di sostanze atte a sciogliere i coaguli.

Trombosi venosa profonda ed embolia polmonare.

Sindrome da rivascolarizzazione.

Reazioni avverse al mezzo di contrasto, utilizzato per il controllo angiografico ?intraoperatorio, fino allo shock anafilattico. COMPLICANZE TARDIVE (ANCHE A DISTANZA DI ANNI)

Laparocele, che talvolta richiede correzione chirurgica.

Trombosi protesica, ovvero l’occlusione della protesi con improvviso arresto del flusso ?sanguigno a valle che può avere luogo nell’immediato post operatorio o a distanza di tempo ?(anche anni) e per la quale può rendersi necessaria anche l’amputazione.

Infezione protesica: (evento che si verifica con maggior frequenza in presenza di lesioni trofiche preesistenti all’intervento) tale evento è particolarmente grave specie nel distretto aorto/iliaco; si può manifestare a distanza di anni e può essere legato a infezioni anche banali contratte successivamente rispetto all’intervento chirurgico, quali talune dell’apparato respiratorio, urinario, o del cavo orale o successivi interventi chirurgici ? sull’addome e che comporta l’ulteriore sostituzione della protesi con altro materiale sintetico analogo o, ad esempio, con tessuti autologhi (vene) o mediante bypass extraanatomici. Talvolta possono manifestarsi delle fistole ovvero comunicazioni tra protesi e strutture circostanti (duodeno, vena cava...) quadri normalmente legati ad infezione.

Pseudoaneurismi: ovvero dilatazioni del vaso arterioso dell’aorta a livello delle anastomosi vascolari eseguite per l’impianto della protesi. In tali situazioni può essere necessaria la sostituzione di parte o tutta la protesi precedentemente impiantata con altro materiale sintetico analogo o, ad esempio, con tessuti autologhi (vene).

2. TRATTAMENTO ENDOVASCOLARE: ovvero dilatando il tratto di arteria mediante accesso percutaneo, quindi senza l’incisione chirurgica della cute, rilasciando eventualmente nella zona trattata un dispositivo (stent) che serve a mantenerla dilatata. La procedura avviene sotto controllo di apparecchiature radiologiche.

COMPLICANZE DEL TRATTAMENTO ENDOVASCOLARE

L’intervento può comportare, anche se eseguito nel pieno rispetto e conoscenza delle strategie e tecniche chirurgiche/endovascolari più attuali e standardizzate, molteplici complicanze, distinguibili in precoci e tardive. Le principali delle quali sono, anche se non uniche:

COMPLICANZE PRECOCI (DURANTE O SUBITO DOPO LA PROCEDURA)

Impossibilità di completare la procedura per vari motivi: impossibilità di procedere con gli strumenti necessari alla dilatazione del vaso (per calificazioni o tortuosità delle arterie di accesso, rottura delle arterie di accesso...); distacco di trombi con eventuali embolie; dissecazione delle arterie con conseguente possibile trombosi. In alcuni casi, ove non sia possibile procedere alla correzione di tali complicanze con metodiche endoluminali si deve procedere all’immediata effettuazione dell’intervento chirurgico tradizionale (ad esempio nel caso di rottura o dissecazione dell’aorta o dei vasi iliaci) per riparare tali complicanze.

Tossicità o reazioni allergiche impreviste al mezzo di contrasto utilizzato per la procedura endoluminale, che possono determinare conseguenti danni alla funzione del rene o reazioni allergiche di varia gravità fino al rarissimo shock anafilattico che può comportare la morte. ?Chirurgia Vascolare ed Endovascolare ?T. +39.0532.236.550 – 236.916 F. +39.0532.237582   

COMPLICANZE TARDIVE (ANCHE A DISTANZA DALLA PROCEDURA)

riocclusione dell’arteria sottoposta a trattamento endovasale per restenosi o trombosi

rarissimi sono i casi di infezione a livello dell’accesso percutaneo o a livello dei dispositivi (stent) utilizzatri per mantenere pervia l’arteria sottoposta alla procedura.

Infezioni in sede di chiusura ad opera di dispositivi pecutanei di sutura dell’arteria (es. perclose o analogo prodotto). Occorre inoltre precisare che durante l’intervento si può rendere necessario il trattamento di patologie concomitanti il cui riscontro si può verificare anche al momento dell’esecuzione dello stesso (ad esempio neoplasie del tratto gastrointestinale, urogenitale, calcolosi della colecisti, ernie, stenosi di arterie viscerali); inoltre condizioni verificabili intraoperatoriamente possono condurre a variazioni della tecnica operatoria proposta. ?Si ribadisce che quanto esposto emerge dallo stato attuale dell’arte e pertanto possono verificarsi altri eventi non descritti. DOPO L’INTERVENTO-E’ indispensabile, al fine di prevenire tali complicanze, che il paziente si sottoponga a periodici controlli clinici, ecografici, e radiologici decisi dallo specialista.-Una volta superato l’intervento è fondamentale che il paziente segua la terapia consigliata, che non è rapresentata solo dall’utilizzo dei farmaci prescritti ma anche da un adeguato stile di vita, tenendo presente che trattandosi di patologia aterosclerotica, questa interessa tutti i distretti vascolari (cuore, cervello, reni, arti) con alta potenzialità evolutiva e che pertanto necessita di controlli periodici. -Il paziente può condurre una vita normale sia lavorativa sia di relazioni sociali sia di attività fisica compatibilmente con l’età ed eventuali altre malattie.
PERCHÉ SOTTOPORSI AD INTERVENTO CHIRURGICO? Da quanto detto fino ad ora è evidente che il trattamento chirurgico/endovascolare rappresenta la strategia più efficace qualora la terapia medica non sia più in grado di prevenire o limitare l’evoluzione della malattia e le eventuali complicanze della patologia alle quali abbiamo fatto prima menzione. In particolare per l’arteriopatia aorto-iliaco-femorale i dati in letteratura sono ormai concordi nel ritenere che tutti quei presidi farmacologici oggigiorno a nostra disposizione, capaci di rendere più fluido il sangue, siano meno efficaci del trattamento chirurgico/endovascolare nei casi di comparsa dei sintomi dolorosi a riposo, di lesioni trofiche o claudicati o che limita fortemente la deambulazione.





ШОКИРУЮЩИЕ НОВОСТИ



Related news


Fotos com desenhos animados
Cancer en la garganta fotos
Fotos de alejandro gavira
Fotos de la escuela de princesas
Fotos de la policia federal de caminos
Ver fotos de san expedito
Back to Top